sabato 15 maggio 2010

Partenza

Salutato il suo piccolo mondo, era arrivato il tempo della partenza.
La scuola era finita, si era alle porte dell'estate e l'ormai ragazzino, accompagnato dalla superiora dell'ospizio, andava ad affrontare un viaggio che, giunto al termine, sarebbe risultato lunghissimo.
È il momento di precisare che il paesino che lasciava si trova in un'isola, quindi per prima cosa si trattava di arrivare a un porto di imbarco per passare dall'altra parte del mare che la circondava.
Il paese non ha stazione ferroviaria, quindi il primo spostamento, con la 'corriera', lo aveva portato a una stazioncina distante alcuni chilometri.
Era la prima volta che vedeva una stazione, i treni, il capostazione con un cappello che lo faceva sembrare un carabiniere. Sul marciapiede c'erano dei buchi rotondi, in cui il capostazione infilava delle bandiere colorate che indicavano ai macchinisti se fermarsi o proseguire: rosse per lo stop, verdi per strada libera.
Il treno: panchine in legno, messe una di fronte all'altra, finestrini alti e stretti, per aprirli bisognava farlo mettendoci forza dall'alto. Ma era meglio non aprirli, il treno era a vapore, e appena mettevi fuori la testa dal finestrino erano zaffate di fumo e pezzetti di carbone, che riempivano la faccia e arrossavano gli occhi.
Arrivo al porto.
Non ne aveva un gran ricordo.
Il mare lo conosceva da quando era stato in colonia, con piccole rare barche a solcarlo; la novità era una grandissima barca, la chiamavano 'bastimento', ed era usata per arrivare "in continente".
La traversata prevedeva una notte di navigazione, con un dormiveglia continuo, non tanto per il rollio della nave, quanto per il caldo della prima estate, accentuato dal fatto di trovarsi in cuccetta in due: il ragazzino verso la parete, la suora verso l'esterno, forse per prevenire eventuali cadute al bambino.
Molti anni dopo, il fatto di essere "andato a letto" con una suora era stato portato a vanto, come si fosse trattato di un qualcosa di morboso, che la malizia della crescita tendeva ad evidenziare nei discorsi con coetanei, anch'essi smaliziati. Alla precisazione dei fatti, ossia che l'essere andato a letto con una suora significava esserci andato per dormire, era evidente la delusione dell'attesa di particolari piccanti. La precisazione che il ragazzo aveva sette anni e la suora non sapeva quanti, chiudeva il discorso in maniera definitiva.
Altro treno, stessa mobilia, panchine in legno, traino a vapore, finestrini da tenere chiusi per evitare accecamenti.
Era l'antica 'terza classe', guarda caso la stessa in cui, al termine del viaggio, sarebbe entrato a scuola.
Del viaggio su quel treno gli era rimasto impresso il grido di paura all'entrata della prima galleria.
Il treno sull'isola viaggiava in assoluta pianura, non esistevano montagne e quindi neanche gallerie.
Il continente doveva essere pieno di montagne, per passare oltre quelle erano indispensabili le gallerie...
Per chi era a conoscenza di questi trafori, l'entrare e uscire da questi buchi era cosa normale. Per chi le scopriva solo allora, no.
Il trovarsi improvvisamente al buio, con le luci fioche del vagone che non eliminavano l'oscurità improvvisa, lo avevano fatto gridare, suscitando l'ilarità degli altri passeggeri.
Nelle gallerie seguenti, si mordeva la lingua pur di non gridare, per dimostrare che aveva capito.
Ma la paura era rimasta, mascherata da coraggio, ma era rimasta..
A tarda notte l'arrivo nella città che lo avrebbe ospitato per gli anni a venire, a quel momento non quantificabili.

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