sabato 8 gennaio 2011

La sorella e il lavoro

In questo periodo di attesa per un futuro nebuloso, la novità più importante era stato l’arrivo della sorella.
Una sorella della cui esistenza era completamente all’oscuro.
Era più grande di lui di alcuni anni.
La sua vita era stata quasi un parallelo della sua, solo che lei era stata mandata in un vero orfanotrofio, specifico femminile.
Pepè non si spiegava come mai, in tanti anni (che forse tanti non erano, ma erano stati talmente lunghi che gli pesavano come secoli), non ci fossero stati contatti di alcun genere con lei.
Ma nella poca vita vissuta fino ad allora era diventato quasi fatalista: evidentemente da qualche parte era scritto che così doveva essere.
Non ricordava di avere provato una particolare emozione in quell’incontro. Forse perché il sapere di non essere più solo non avrebbe cambiato di molto la sua situazione.
Lei era appena uscita dal collegio, ed era in transito solo per conoscere suo fratello, e proseguire poi per andare ‘a servizio’ in una grande città, lontana da quella di residenza del fratellino ritrovato.
Evidentemente in quel collegio le avevano insegnato più cose che a lui nell’ospizio, perché andando verso l’ignoto aveva gli occhi abbastanza aperti da non temerlo.
Probabilmente gli aveva parlato della mamma, e forse anche del padre, ma l’abitudine ad esserne privo aveva creato nella sua mente una specie di patina, su cui quelle notizie scorrevano, come scorre la pioggia su una tomba di marmo.
Aveva parlato col prefetto del futuro di Pepè, di cosa fosse possibile fare per avviarlo su qualcosa di utile per quando fosse stato indipendente.
Sul posto c’erano solo tre possibilità, tre laboratori dove poter fare una specie di apprendistato.
C’era la legatoria, di cui aveva parlato in un capitolo precedente.
Gestita dagli invalidi, era molto rumorosa, piena di macchinari, di collanti e inchiostri. Inoltre difficilmente avrebbe dato quella completezza di mestiere necessaria per essere indipendente con un raggio operativo più ampio: si sarebbe dovuto specializzare in un ramo specifico, ma tutti si basavano su macchinari che la sua età non avrebbe consentito di usare.
C’era la calzoleria, che prevedeva un lungo tirocinio di riparazioni prima di arrivare alla confezione totale delle calzature.
La vita lo aveva abituato a non essere schizzinoso, ma il pensiero di maneggiare scarpe rotte, quindi usate, non lo affascinava.
Restava solo la sartoria, che presentava meno pericoli e appariva più pulita delle altre due attività.
E così la scelta, quasi obbligata e comunque senza alternative, era caduta su quel laboratorio.
Ottenuta quella sistemazione, la sorella aveva proseguito il suo cammino, lasciandogli il recapito della famiglia presso cui si recava a lavorare.
Aveva cominciato a frequentare il laboratorio in modo sporadico, più che altro per prendere visione di un mondo nuovo, un mondo di cui conosceva l’esistenza, visto che i vestiti in qualche posto, e in qualche modo, dovevano per forza essere confezionati.
Nel laboratorio c’era il capo della sartoria, l’insegnante: aveva una certa età, una calvizie avanzata, e un bel po’ di pancetta. Era un tipo piuttosto taciturno, spiegava le cose in modo spiccio, e lasciava che gli apprendisti imparassero a cavarsela da soli dopo avere ascoltato i suoi indirizzi.
Durante la guerra era stato prigioniero in un campo di concentramento in Inghilterra. Per farlo parlare bastava buttargli, volutamente, un accenno a quel periodo, e la sua parlantina si scioglieva in racconti, che potevano essere anche frutto di fantasia, ma che per i ragazzi erano storie di vita vissuta, di cui non avevano motivi di dubitare.
Aveva anche un aiutante, parecchio più giovane di lui, che integrava la sua teoria con l’applicazione pratica.
La prima cosa da imparare era stata il modo di tenere l’ago e l’uso ottimale del ditale.
Nei primi tempi, poiché la piegatura del dito medio, necessaria per sospingere l’ago nella stoffa, era difficoltosa, si ricorreva alla sua tenuta nella piega dovuta con una fettuccia, che sarebbe stata abbandonata solo dopo averne acquisito la naturalezza nell’uso.
La frequenza della sartoria gli aveva evitato il finale della seconda messa in chiesa grande; restava la levataccia prima dell’alba, per il servizio nelle infermerie, ma aveva trovato un sistema per rimediare almeno un’oretta di sonno, al rientro da quell’incombenza quotidiana.
C’era una stanza, che era adibita agli incontri dei vari gruppi di ragazzi iscritti all’Azione Cattolica; in pratica tutti, divisi in ‘villaggi’, corrispondenti alla classe frequentata.
Così la terza erano gli Infanti, la quarta i Leali, la quinta gli Intrepidi. Con un inno in comune, che sommariamente descriveva l’attività di ciascun villaggio nei confronti degli altri.
Qui si svolgevano ripassi del catechismo e si provavano gli inni per le funzioni, che Pepè eseguiva in religioso, è il caso di dirlo, silenzio per via della sua negazione cronica di qualunque forma di musicalità. Come detto in precedenza, il prefetto aveva rinunciato al suo apporto al coro, tenendolo sotto osservazione affinché non disturbasse gli altri con improvvide entrate canore.
In questa stanza, oltre a una scrivania e un piccolo organo, c’erano due armadi a muro, gemelli, divisi su tre piani.
Uno, nella parte centrale, ospitava una piccola biblioteca, con vecchi libri di scuola e romanzi di avventura, attentamente visionati dal prefetto prima di esservi riposti. La parte superiore e quella inferiore erano una specie di ripostiglio, con teli, carte, attrezzi per la scuola…
L’altro armadio, al centro conteneva la farmacia, con medicinali di pronto intervento (compresa la bottiglietta di marsala all’uovo, che contribuiva come poteva ad alleviare la solitudine di Pepè).
L’armadietto inferiore misurava meno un metro di larghezza per circa settanta centimetri di altezza, con una profondità di una cinquantina di centimetri.
In effetti si trattava più di un buco che di un armadietto; ma debitamente svuotato era diventato una bella alcova in cui si rifugiava al rientro dal servizio della messa. Ci si raggomitolava, le braccia appoggiate alle ginocchia, su queste la testa e, pur non profondi come nel letto, ogni mattina erano bei sonnetti.
Si tirava dal di dentro gli sportelli, e al prefetto, che ogni tanto lo cercava, non era mai venuto in mente di cercarlo là dentro.
E meno male, altrimenti forse oggi non sarebbe presente a raccontare quest’impresa, di cui, nonostante il lontanissimo passato, è ancora orgoglioso.
Quando gli diceva di averlo cercato invano, le scuse erano abbondanti: probabilmente era in bagno, oppure era in refettorio ad aiutare la suora, o la messa servita al mattino aveva subito un ritardo imprevisto per problemi nell’infermeria…
Pur sapendo del proverbio sulle gambe corte delle bugie, le sue le aveva sempre trovate con le gambe lunghe, abbastanza da non essere scoperto.
Anche i proverbi, evidentemente, concedono delle eccezioni.

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