sabato 5 giugno 2010

Il nome e altro

Una delle prime cose che aveva scoperto all'arrivo nell'orfanotrofio era che le suore e i fratelli laici, al momento dei voti religiosi, cambiavano nome: ne ricevevano uno, forse a loro scelta, che li avrebbe accompagnati fino alla fine del loro servizio; o fino alla fine della loro "vocazione".
Era un sancire l'addio (che talvolta era solo un arrivederci) al passato, per iniziare una nuova vita, fatta di sacrifici diversi da quella precedente, fatta soprattutto di dedizione alla cura degli altri.
Ricalcando questa usanza, il ragazzino ha scelto di prendere un nome nuovo, che lo accompagni nel prosieguo dell'avventura. Parlando di lui, i riferimenti al "bambino" o al "ragazzino" erano diventati ingombranti nella stesura del racconto.
(D'altra parte, continuare a definire "bambino" uno che bambino non era mai stato, ormai gli sembrava una forzatura poco opportuna. Nell'ospizio da poco lasciato, lui non era stato un bambino: era il vecchietto più giovane, di decenni rispetto agli altri).
Così, lasciando il proprio nome al di là del mare, nell'isola che lo aveva visto nascere, con i ricordi della prima parte della sua esistenza, non propriamente felici, aveva scelto di chiamarsi Pepè; un nome non impegnativo, assente dal calendario dei santi, quindi senza possibilità di feste di onomastico, che comunque anche con il nome suo proprio non aveva mai festeggiato.
Il suo arrivo nella nuova casa aveva coinciso con un fatto che, a poco più di un mese dall'essere avvenuto, era ancora oggetto di commenti e, visto l'ambiente, di preghiere.
Appunto poco più di un mese prima, un aereo si era schiantato contro una collina presso la città. Su quell'aereo c'era una squadra di calcio e altre persone, tutti morti nell'incidente.
Del calcio, Pepè non sapeva nulla; i calci, quelli sì li conosceva, poiché nelle liti con i compagni se li scambiavano spesso: dato il suo essere minuto, tanti erano quelli che prendeva e pochi quelli che riusciva a dare.
Alle sue gambette corte, in quelle battaglie, sopperiva tentando di mordere (allora i denti lo consentivano), o tirando all'avversario qualsiasi cosa a portata di mano.
D'altronde all'ospizio, né i vecchietti né le suore erano in grado di erudirlo sul tema. E neanche la scuola; sull'argomento calcio c'era un'ignoranza generalizzata, che Pepè si era portato appresso nel trasloco.
Dai commenti di quel disastro aereo, aveva appreso che c'era un mondo, quello del calcio, triste per la scomparsa di una squadra che, con tante altre squadre simili, giocava "al pallone", rincorrendo una grossa palla, cercando di portarsela via a vicenda, puntando verso dei pali entro cui scaraventarla.
Quando succedeva erano grida di gioia da una parte, e mugolìi di delusione dall'altra.
Il gruppo, diciamo, dirigente era diviso nel "tenere" per una squadra o per altre. Ma due in particolare erano le più quotate: una di queste era proprio quella dell'aereo caduto.
C'era un assistente (come già detto un fratello laico), che di questa squadra era veramente fanatico: forse nei voti di abbandono della vita precedente, non era previsto di dover lasciare la propria fede calcistica. Così potevano convivere la Fede per vocazione e l'altra Fede per il colore di una maglia.
La frequentazione quotidiana di questo fratello (Lorenzo), i suoi occhi umidi ogni volta che si parlava dei "suoi" morti, non potevano non contagiare Pepè che, da subito, aveva scelto quel colore e quella bandiera come simboli di una fede calcistica, ancora niente conosciuta nelle sue glorie passate e non prevedibile nelle sue disavventure future.
Sono quelle scelte fatte senza un perché speciale.
Se quel tragico avvenimento non lo avesse influenzato, se avesse appreso nel tempo, con calma, i rudimenti di questo sport, forse le sue scelte avrebbero potuto essere diverse.
Forse.
O forse no: qualunque altra scelta avesse fatto, non sarebbe stata coerente con la sua parte di vita iniziale. Impossibile che a questa potessero seguire giorni di gaudio; la strada tracciata non lo consentiva. Infatti alla sofferenza per la scomparsa di "quella" squadra, sarebbero seguite le sofferenze continue per quelle successive.
Niente di nuovo sotto il sole.

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