giovedì 22 luglio 2010

Tempo di transizione

Presa un po' per volta conoscenza dell'edificio, Pepè si era dovuto adeguare ai tempi che scandivano ogni giornata, tutte le giornate.
Della messa alla mattina ne aveva già parlato, della colazione pure.
Pur essendo finita, altrove, la scuola, qui le lezioni continuavano; con orari ridotti e con argomenti a caso, non necessariamente legati alle materie di studio.
Era più un assaggio di ciò che ciascuno sapeva; valeva soprattutto per i nuovi arrivati, dei quali non si poteva sapere il grado di preparazione per l'inizio del prossimo anno scolastico.
Dove si notava carenza, si cercava di aggiornare, o ripassando o immettendo nuove conoscenze.
A scuola andavano al mattino, per circa tre ore, e al pomeriggio per un altro paio.
Al centro della giornata c'era il pranzo.
Piatti di metallo, come le scodelle del mattino.
Del pasto in sé non aveva ricordi speciali; rammentava però che la pastasciutta o il riso, quando c'erano, facevano da contorno o a un pezzo di carne o a una fetta di formaggio.
Si pranzava, e cenava, più o meno in silenzio. Se l'assistente era distante, qualche parola ci scappava.
Ai ragazzi fisicamente labili, gli stessi del latte al mattino, prima del pasto veniva dato un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo; chi era seduto a fianco di questi "beneficati" doveva sorbirsi il fetore di quest'olio, che i diretti interessati cercavano di diluire nel gusto, talvolta mescolandoli alla minestra.
Ottenevano solo il prolungamento di quel gusto e di quel fetore.
Per agevolare il silenzio, in un lato del refettorio c'era un leggìo, rialzato per meglio diffondere la voce di chi, con turni settimanali, leggeva un libro.
La lettura aveva inizio al "seduti silenzio", e terminava con il cenno dell'assistente per la fine del capitolo, comunque del pasto.
Nel tempo, parecchi volumi erano passati da quel refettorio, ma uno era stato particolarmente ripetitivo: "Senza famiglia" di Ettore Malot.
Forse per meglio restare nel tema dell'orfanotrofio.
In agosto era previsto un periodo in colonia, al mare.
Erano quattro settimane abbastanza spensierate, tra bagni, giochi nella sabbia (che ricordava bollente come mai più l'avrebbe trovata nel suo futuro), giochi nel grande cortile interno, che fiancheggiava una strada statale.
Di quel primo assaggio della colonia, gli era rimasto impresso l'episodio del costume da bagno.
Pepè, come detto, era piuttosto mingherlino, e l'unico costume che gli andasse bene era un piccolo costume intero, giallo.
Aveva un piccolo difetto: bagnato nell'acqua di mare diventava trasparente, per cui le sue minuscole parti intime erano esposte agli sguardi, e relative prese in giro dei compagni.
Ovviamente non era durato più di tanto; non sapeva se comprato appositamente o comunque trovato, anche a lui era stato assegnato un pantaloncino adeguato.
Sempre salva la messa del mattino, ma in una cappelletta più intima, a colazione il latte era per tutti. I pasti erano più variati, perfino più colorati. Anche i panini avevano l'odore del pane appena sfornato.
La preparazione al bagno in mare aveva un suo cerimoniale.
C'era una casotta su due piani; il primo, leggermente rialzato dal livello della spiaggia, era destinato a tre file di cabine, il cui uso era riservato alle suore (che al mattino presto, prima dei ragazzi, andavano a fare le sabbiature), agli assistenti e ai sacerdoti presenti in colonia.
In un angolo c'era una grande vasca in cemento, in alto una doccia.
Sopra questo piano c'era uno stanzone vuoto, adibito alla vestizione dei costumi prima della scesa in spiaggia, e al cambio al rientro dal mare.
I ragazzi si mettevano lungo i muri di perimetro, faccia al muro, si sfilavano il calzone e mettevano il costume; stessa operazione all'inverso al rientro dal bagno.
Alle pareti una fila di attaccapanni, sovente ignorati per la fretta di correre in acqua.
Al rientro, i costumi bagnati di acqua salmastra andavano risciacquati nella vasca su detta e stesi sulle rocce circostanti la spiaggia.
Riuscire a farsi anche la doccia era un'impresa, nella calca di ragazzi con la premura di andare in spiaggia.
Inoltre i "grandi" avevano la precedenza.
Uno dei passatempi preferiti, consisteva nel mettersi proni lungo il grande cancello metallico, che lasciava un po' di spazio alla base, per vedere le macchine che passavano sulla statale: si leggevano le lettere delle targhe e si cercava di indovinare la provincia di provenienza.
Alla sera, dopo la cena, un sentiero portava a una località detta "la spianata"; non ha mai saputo il perché di quella definizione, visto che si trattava di una vallata, in fondo alla quale c'era il tracciato di quello che un tempo era stato un fiumicciattolo.
Che forse tornava ad esserlo con le piogge; ma piogge negli agosti di quel tempo non ne scendevano.
Questa spianata era piena di alberi, erba alta, tanti pini, e la raccolta dei pinoli andava per la maggiore. Poi giocavano, sulla falsariga dei ragazzi della via Pal, una delle letture lasciate in città.
Con l'imbrunire avveniva il rientro, seguito dalla buonanotte.
In due camerate, più ridotte di quelle conosciute, comunque caldissime; e abitate, oltre che dai ragazzi, anche da una miriade di zanzare.
Un altro dei ricordi di Pepè era la carenza di acqua da bere.
Pur essendo allenato da quella del suo paese, la mancanza di acqua in un paese di mare, caldissimo, si faceva sentire di più.
C'era un rubinetto nel cortile, mezzo arrugginito, forse per il poco uso durante l'anno, che ogni tanto pigolava un po' di acqua. Veniva subito preso d'assalto da un nugolo di assetati.
I più fortunati, che guarda caso erano anche i più robusti, riuscivano a dare qualche sorso.
Per gli altri non restava che attaccarsi letteralmente al rubinetto, succhiando le ultime gocce rimaste all'interno della conduttura.
Fine della colonia.
Rientro in città.

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