sabato 24 aprile 2010

Nascere orfano

Aveva due anni.
A quell'età il mondo è piccolo, tutto avviene in pochi spazi, e da qui inizia il volo verso la vita.
Ma se a due anni tua madre se va, muore, quel volo si trasforma in una caduta a piombo, la vita in un baratro.
Non aveva ricordo alcuno di quei due anni. Molto tempo dopo, da racconti e da voci, seppe all'incirca come erano andate le cose. Non molto, ma quel tanto da non fargli rimpiangere la mancanza di ricordi diretti di quel periodo.
Aveva saputo di essere stato trovato nella stanza, con sua madre, morta sul letto, già gonfia, e lui che strillava a più non posso, forse per fame. In una stanza piena di mosche e di pianto di bambino affamato.
Della mamma gli è restato solo il nome e cognome da ragazza, e il luogo di nascita, distante un'infinità dal luogo della morte.
Niente date di nascita e di morte, niente fotografie che potessero nel tempo tenerne vivo il ricordo; per un bacio di preghiera nelle tappe della vita, di ringraziamento in caso di risposta alle richieste di aiuto, quelle che si fanno alle mamme, fino alla tarda età, fino all'ultimo attimo di vita.
Del padre, nessun ricordo. La prima verità l'avrebbe saputa pochi anni dopo, ma era talmente nebulosa che solo molto più avanti sarebbe riuscito a metterla a fuoco.
Morta la madre, venne affidato a persone che non ha mai saputo se erano parenti o vicini pietosi.
Di quel periodo, o forse precedente, ci fu un episodio, sempre raccolto con le poche notizie racimolate, di cui porta ancora oggi un segno visibile. Era nel letto, quando una notte, o per andare alla scoperta del mondo o per scaldarsi, scese e, gattonando?, andò fino a un bracere al centro della stanza, sedendosi sulla brace. Il timbro fisico gli è rimasto, sulla natica destra. Poi pare sia tornato nel letto, piangendo.
(Qui ha dei dubbi che si trattasse proprio di un letto; più probabile che fosse una specie di coperta, poiché lo scendere o il salire su un vero letto, minuscolo com'era, sarebbe stata un'impresa non alla sua portata. Ma tant'è, dei ricordi propri ci si può, più o meno, fidare; dei racconti altrui, senza controprove, o ci credi o non ci credi: la cicatrice sulla natica lo spinge a credere, al di là della precisione, che passa in secondo piano).
Del secondo periodo della sua vita aveva ricordi molto vaghi, forse rimossi dall'inconscio o perché ritenuti inutili o per eliminare memorie dolorose o comunque spiacevoli.
I ricordi cominciano ad apparire più nitidi, pur se frammentari, dopo il suo ricovero all'ospizio.
Di questa nuova fase, parlerà nel prossimo seguito.

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