giovedì 9 dicembre 2010

Sessualità

C’è un momento nella vita di ogni adolescente, in cui l’interesse, già relativo, per l’italiano, la geografia, l’aritmetica, la storia e le altre materie spicciole della scuola primaria, viene ulteriormente attenuato dall’incombere di una materia, che all’inizio si presenta come pura curiosità, ma in seguito diventa voglia prepotente di conoscenza, la più ampia possibile.
Il sesso: nelle sue forme fisiche, nei suoi sviluppi, nelle sue reazioni.
Per un adolescente fuori dalla cittadella di stazionamento di Pepè, la conoscenza di questa materia era relativamente facile, almeno nei primi rudimenti.
C’erano sempre un padre, una madre, uno zio, una parente, che riuscivano a trovare le parole per raccontare il miracolo del sesso.
Nonostante la frequentazione, era, per sentito dire negli anni successivi, comunque un discorso imbarazzante e non facile per chi prestava la consulenza.
Tra i maestri c’erano anche alcuni sacerdoti, molti anni dopo accantonati poiché dopo la teoria pare tendessero a proporre la pratica diretta sul campo.
All’interno della cittadella il sesso era qualcosa di innominabile, un termine sconosciuto, abominevole, tabù.
Pepè, dall’ospizio in poi, non aveva avuto maestri per quella disciplina: per i vecchietti, le suore degli inizi della sua vita (fin qui abbastanza giustificati), poi le altre che affiancavano la sua crescita, il prefetto, gli assistenti, era una materia inesistente.
Ed era così anche per i compagni.
Con questi c’era uno scambio di informazioni reciproche ma soggettive, motivo di scontri sui diversi punti di vista in merito.
Uno dei primi accenni alla ‘diversità’ tra maschi e femmine era venuto da Cristiano, un compagno che era andato da parenti in campagna.
Al rientro, in tutta segretezza, aveva confidato che le ‘femmine’ al posto del pesciolino avevano uno spacchetto simile a quello dei chicchi di grano.
Era stata una comunicazione importante, che però aveva aperto la strada a varie congetture.
Intanto, il fatto di avere parlato di ‘femmine’ faceva pensare che l’imbeccata gli fosse stata data riferita a qualche animale, femmina, della fattoria.
Femmina e ‘donna’ erano la stessa cosa?
Le donne da loro conosciute, a cominciare dalla Madonna, erano tutte sante: di esse si vedevano la faccia, le mani, talvolta i piedi, ma null’altro che facesse pensare a una loro possibile femminilità.
Dei maschietti si conosceva più o meno l’esterno, dai confronti fugacemente visivi dopo la doccia, ma erano solo una presa d’atto che tutti avevano quel pendicolo, che fino a prova contraria era destinato solo a fare i ‘bisogni piccoli’ (così era definita la pipì); inoltre il confronto si estendeva a qualche Bambin Gesù nudo in braccio a qualche Madonna, e ai putti che adornavano le ascese in cielo dei santi: tutti col loro bel pirillino, che confermavano l’esistenza dei maschietti anche in cielo.
Putti con ‘chicchi di grano’ non ne esistevano, almeno per rendersi conto di come fossero sistemati.
A Pepè era capitato di vedere una donna completamente nuda, ma in una situazione che non ne consentiva un ricordo razionale.
Era successo in colonia; c’era il mare molto agitato, e in lontananza, vicino a un tratto roccioso della spiaggia, aveva notato uno strano movimento di persone, visibilmente agitate.
Era corso anche lui, pensando alla pesca di qualche pesce bizzarro o fuori misura.
Invece si trattava di una donna che, poveretta, era scivolata in mare; i marosi l’avevano sbattuta più volte contro gli scogli, forse uccidendola da subito.
Però i soccorritori, nel tentativo di salvarla, le avevano tolto tutti gli indumenti, praticando tentativi di respirazione artificiale.
Il corpo era completamente viola dal freddo, con chiazze più pronunciate qua e là, dovute al batti e ribatti contro le rocce.
Prima di distogliere lo sguardo inorridito aveva fatto in tempo a vederne il seno e un triangolo di peli scuri in mezzo alle gambe; nient’altro.
E comunque all’epoca di quel fatto non era ancora entrato nella fase di studio di quella materia, per cui il ricordo si fermava al rimpianto per quella poveretta.
Già il riuscire a sapere come nascevano i bambini era un’impresa quasi impossibile.
Per esempio: in apertura di un film c’era stato un documentario di attualità, muto e in bianco e nero, forse della Settimana Incom o dell’Istituto Luce.
Mostrava una lunga vetrata, con diverse persone che guardavano all’interno di una grande, luminosa stanza; al di là della vetrata si vedevano delle ragazze, vestite di bianco, con la crestina con velo delle infermiere di allora, che ‘maneggiavano’ ciascuna un neonato, tra fumi di talco e fasce.
Le persone al di qua della vetrata puntavano un dito, or qua or là, visibilmente commentando.
Tanto era bastato per pensare che, da qualche parte, si ‘facevano’ i bambini e che le persone di qua dal vetro sceglievano, tra quelli in esposizione, il più adeguato ai loro desideri.
Le discussioni in merito a questa interpretazione avvenivano tra chi era a favore di questa tesi e chi la avversava.
Ma chi la avversava non aveva alternative da proporre, per cui era come il tifo per Coppi o Bartali, allora in auge: ciascuno teneva la propria convinzione.
Per mandare ancora più in confusione ci si era messa anche l’Ave Maria.
Il “fructus ventris tui” inserito in quella preghiera era tradotto nella versione italiana “frutto del seno tuo”; al di là del fatto che se anche fosse stato, giustamente, tradotto “frutto del ventre tuo” non avrebbe chiarito il mistero della nascita; per i ragazzi, che non sapevano di latino, ‘ventre’ e ‘seno’ apparivano come un tutt’uno, e il ‘seno’ era ritenuto una esigenza di traduzione.
Con un dolore dalle parti dell’ombelico, a nessuno sarebbe venuto in mente di dire ‘ho mal di ventre’: era per tutti un ‘mal di pancia’, dalla cintola in giù.
Questa nebbia sessuale era diventata ossessiva.
Una notte Pepè si era svegliato di soprassalto, ritenendo di avere bagnato il letto.
Forse aveva sognato di essere andato in bagno e di averla fatta in sogno nel gabinetto.
Col terrore di venire inserito nei bagnaletto (con la conseguente esposizione delle mutande), si era affrettato a tamponare con il lenzuolo sia le mutande bagnate che il lenzuolo di sotto inumidito.
Al mattino aveva fatto di corsa il letto, con la speranza che in giornata si sarebbe asciugato; le mutande, invece, si sarebbero asciugate addosso.
Non gli era mai capitato, neanche da piccolo, e questa novità lo aveva stordito per tutto il giorno.
Coricandosi, alla sera, aveva allungato la mano verso il luogo della fuoruscita del liquido: era asciutto, meno male, ma il lenzuolo, lì, sembrava diventato di carta, così come le mutande sul davanti.
Solo molto tempo dopo avrebbe scoperto che esiste una specie di reazione fisiologica detta ‘polluzione’, di solito notturna.
Negli scambi di informazioni era emerso che anche ad altri compagni era successa la stessa avventura.
Da uno più esperto era anche venuta l’indicazione che quella ‘polluzione’ poteva essere anche diurna, o comunque sollecitata.
Poiché qualunque cosa toccasse il sesso era ritenuta peccato, quel sollecito era divenuto oggetto di confessione.
Pepè non ricorda con quale espressione descriveva quella manipolazione; forse con “mi sono toccato”, e tanto al sacerdote bastava per capire di cosa si parlava.
Ma non doveva essere catalogato come ‘peccato grave’, visto che la pena consisteva nei soliti tre Pater Ave Gloria, la stessa di prima di questo nuovo atto peccaminoso.
Il resto della scoperta del mondo del sesso era poi venuto, lentamente, nel tempo.
Fino all’apprezzamento della ‘femminilità’ di alcune giovani suore, veramente carine.
Apprezzamenti purtroppo sempre caduti nel vuoto…
Lo stato di segregazione forse aveva contribuito ad evidenziare una spiccata arretratezza nella scoperta di una materia così importante nella vita; certamente neanche lontanamente paragonabile alla situazione odierna.
Come in moltissime altre cose, con lo scorrere degli anni, si era passati dal ‘nulla’ al ‘troppo’.
Le vie di mezzo erano scomparse, come le stagioni.