lunedì 22 novembre 2010

Crescere, piano piano...

La scuola era finita.
La quinta elementare era allora il primo diploma necessario per entrare nel mondo del lavoro.
L’esame era stato seguito da un insegnante esterno, forse mandato dal Provveditorato per sancire la regolarità delle prove.
Probabilmente questi le aveva seguite con un occhio di riguardo alla situazione dei ragazzi che doveva esaminare.
Infatti, né in quell’anno appena finito né in quelli precedenti, c’erano stati bocciati o rimandati.
Al termine del ciclo scolastico obbligatorio, le strade possibili erano solo due.
Le famiglie, quelle vere, venivano a ritirare i ragazzi, indirizzandoli poi dove le possibilità consentivano: chi poteva faceva proseguire gli studi altrove, almeno fino alla licenza media; gli altri venivano parcheggiati presso qualche laboratorio artigianale, per imparare un mestiere.
All’interno ci sarebbe stata la possibilità di studiare almeno fino al livello successivo, a condizione di avere la ‘vocazione’ e proseguire gli studi presso un piccolo seminario adiacente: infatti era un primo approccio per essere poi avviati a un vero seminario, per tentare di diventare sacerdoti.
Nonostante gli anni pieni zeppi di messe, funzioni in chiesa, processioni, vespri, preghiere, la ‘vocazione’ non era arrivata.
Anzi, forse proprio a causa di questi eccessi, non si era proprio sentito ‘vocato’.
D’altra parte, nessuno si era presentato a ‘reclamarlo’; nessuno, neanche con una cartolina, aveva fatto mai pensare che qualcuno all'esterno fosse interessato alla sua uscita da quel mondo.
Così era rimasto lì, come parcheggiato, in attesa degli eventi.
Forse il prefetto aveva accarezzato l’idea, in assenza della vocazione sacerdotale, di indirizzarlo a un servizio laicale, come fratello.
Minuscolo come corporatura, troppo giovane come età, avrebbe dovuto crescere ancora un po’ nell’una e nell’altra, per poter essere immesso nella famiglia che provvedeva alla preparazione dei fratelli per il servizio sul campo.
Nell’attesa era diventato una specie di segretario del prefetto: commissioni in giro per la cittadella, piccoli acquisti in uno spaccio interno, più che altro di frutta, assistenza a piccole riparazioni…
Cura della piccola farmacia interna: medicine, bende, garze, cerotti, si ritiravano in una vera farmacia, situata in locali sotto la chiesa grande.
Non aveva mai saputo perché tra i medicinali fosse inclusa una bottiglietta di marsala all’uovo.
Veramente non se lo era neppure chiesto: era talmente buona che, sorso dopo sorso, finiva molto presto; con l’alcool denaturato, destinato alle sbucciature da pallone, era la ‘medicina’ che richiedeva gli adeguamenti più frequenti.
In quel periodo aveva avuto modo di girare un po’ dappertutto, imparando l’ubicazione dei vari servizi che tenevano in vita un complesso così vasto.
Così l’enorme cucina centrale, con grandissimi pentoloni e la ruota laterale per poterli manovrare, e un via vai continuo delle suore addette, per lui non aveva segreti.
La lavanderia, anche qui con grandi macchine sempre in funzione per lavare migliaia e migliaia di lenzuola e capi di vestiario, con suore specifiche dedite a quel compito.
E la panetteria: anche questa a sfornare pane in continuazione; era tutta automatizzata, e le suore addette, durante il giorno, erano in numero minore che nelle altre attività. In un lungo bancone rotante, insaccavano pagnotte dentro sacchi di corda, a seconda delle necessità e delle richieste pervenute dai vari settori del complesso.
C’era poi un reparto di manutenzione, curato da persone esterne, operai salariati: falegnami, idraulici, elettricisti, muratori…
In caso di necessità di intervento, dalle famiglie o dalle infermerie partiva la richiesta di aiuto, e i problemi erano risolti in tempi accettabili.
Il suo ‘servire messa’ lo aveva portato a visitare tutti i locali dotati di questo servizio religioso.
Se qualche ragazzo non si sentiva bene, magari fingendo per ritardare un po’ la sveglia, Pepè lo sostituiva senza bisogno di dare indicazioni: bastava dire il santo o la santa protettori di quel locale, e ci andava ormai a occhi chiusi.
Il prefetto, in quel periodo, aveva acquistato (o gli avevano regalato) un proiettore portatile per trasmettere film.
Si trattava di una Micron XXVI, 8 o 16 millimetri, questi non li ricordava bene.
I film si prendevano a nolo presso alcuni distributori in città, oppure da una parrocchia vicina, con una sala cinematografica.
Il prelievo e il riporto delle pellicole erano compito di Pepè.
Erano dentro speciali valigette quadrate, che, in mano a uno scriciolo, attiravano sovente l’attenzione dei passanti, e talvolta dei carabinieri, che ogni tanto lo fermavano per sapere cosa contenesse quel bagaglio.
Saputa la provenienza e la destinazione non indagavano oltre e lo facevano proseguire nella missione.
Un po’ per volta, Pepè era uscito da solo dalla cittadina, era salito per la prima volta su un tram, aveva preso dimestichezza con l’attraversamento delle strade e sulla funzione dei semafori.
Tutte cose nuove, insieme alle vetrine dei negozi, contro cui schiacciava il naso per meglio curiosare all’interno.
Grandi novità da mettere in un ipotetico zaino delle sue esperienze.
Con un carrettino a due ruote, portava questo proiettore e gli accessori dovunque fosse stata concordata una proiezione (in altre famiglie, talvolta anche nelle infermerie) che non avevano la possibilità di accedere al salone descritto nei capitoli precedenti.
Poco per volta aveva imparato a montare da solo tutto l'apparato, farne i collegamenti e perfino a montare le pellicole nei loro percorsi dentati: la partenza della proiezione la dava il prefetto quando era tutto pronto.
A forza di vederlo così autonomo, la richiesta di andare a presentare i film, in determinate occasioni e con altrettanto determinati film, sovente passava da Pepè, per la maggiore possibilità di vederlo in giro per commissioni.
Richieste che trasmetteva al prefetto.
Ovviamente da questi giri, non rientrava mai a mani vuote. Addirittura ogni tanto raccoglieva anche qualche lira.
Sovente gironzolava per fatti suoi, la curiosità lo portava anche in zone poco frequentate; in particolare una specie di discarica di vecchie radio, strani attrezzi ormai in disuso, materiale elettrico semidistrutto: gli piaceva rovistare, alla ricerca di qualunque oggetto, o parte di oggetto, che attirasse la sua attenzione.
C’erano un paio di persone addette alla selezione di quel materiale, e a loro chiedeva spiegazioni su tutto.
Forse stupiti dalla curiosità di un ragazzino verso questi materiali, non rifiutavano di erudirlo e passargli i pezzi che più lo attiravano.
Così, per esempio, era riuscito a costruire una radio galena, con tanto di antennina, manopola di ricerca delle poche stazioni disponibili e un minuscolo altoparlante.
La ascoltava la sera, completamente sotto le coperte; all’esterno si sentiva una specie di ronzio, e là sotto bisognava continuamente cercare la stazione, che andava e veniva, regolando di volta in volta il volume.
Ascoltava, fino a che il sonno vinceva e l’ascolto continuava nei sogni.
Tutto quanto apprendeva lo metteva nel famoso zainetto delle esperienze.
Però come fosse riuscito a fare quella radiolina, è rimasto un mistero, disperso dal vento degli anni.