venerdì 20 agosto 2010

Altre famiglie

Della sua famiglia e di quella più prossima, scolasticamente, ne aveva già parlato.
Col tempo, negli anni a seguire, aveva scoperto l'esistenza di altri gruppi di persone che, come Pepè, sopravvivevano alla "fortuna" di una vita sventurata.
Adiacente a quella dei giuseppini, c'era la famiglia detta dei Buoni Figli.
Erano persone che, senza essere pazze, avevano handicap mentali che le rendevano assenti da quanto li circondava.
Il fondatore della cittadella li riteneva i prediletti del Signore, e quindi, almeno in teoria, erano trattati come tali.
Nel tempo, Pepè non aveva avuto sentore di maltrattamenti verso di loro, o di violenze da parte di questi poveri disgraziati verso altri ospiti.
Avevano i loro tic, e non venivano ostacolati, perlomeno non in maniera visibile agli esterni.
Il tempo glielo facevano passare rompendo i gusci a montagne di frutta secca, commissionati da grandi aziende dolciarie: non avevano macchinari speciali, con piccoli mortai spezzavano i gusci di nocciole noci mandorle, gettando i frutti puliti in grandi ceste e i gusci in altre.
Quando Pepè e i compagni riuscivano a entrare nel 'laboratorio', assenti gli addetti, erano manciate di frutta secca che riempivano le tasche, e poi quell'angolino di stomaco tenuto, non volontariamente, vuoto in attesa di qualunque supplemento al vitto quotidiano.
C'era poi la famiglia dei Sordomuti.
In chiesa, soprattutto, ma anche in occasione di recite occasionali nel cinema-teatro, era uno spettacolo guardare le mani e le dita e le espressioni del viso di chi "parlava" con loro.
I dialoghi tra loro, poi, davano l'impressione di una vivacità che, forse, la voce non avrebbe saputo esprimere.
Certe volte sembrava di 'sentirli' gridare nel loro silenzio assoluto.
Particolarmente impressa nella mente gli è rimasta la famiglia degli Invalidi.
Non Diversamente Abili, come vennero anni e anni dopo identificati i portatori di handicap.
Anche questo termine era sconosciuto, allora.
Erano semplicemente invalidi.
Signori invalidi!
Pur essendo ancora ragazzini, dalla loro frequentazione avevano imparato che la mancanza di gambe, di braccia, la cecità erano semplicemente incidenti di percorso, talvolta dovuti alla natura, altre volte provocati da accidenti casuali.
Avevano un laboratorio di legatoria, pieno di macchinari per rilegare, grandi taglierine per la rifilatura dei volumi, colle e inchiostri, risme di carta e cartoni...
Guardarli al lavoro, con le macchine rumorose, con le grida per superare il baccano di queste, era un vero e proprio divertimento.
Di alcuni gli era rimasto impresso anche il nome, oltre a particolari fisici che rendevano affascinante quello che facevano.
C'era Didimo: senza gambe, da subito sopra il ginocchio; stava seduto su un sgabello di legno, e con quello 'camminava' senza dare l'impressione di invidiare le gambe umane degli altri.
Come gli altri, lavorava nella legatoria, ma era più conosciuto come barbiere: barbe e capelli della sua famiglia, e di altre che si affidavano a lui, erano oggetto di cura a livello professionale.
Non c'erano sedie o poltrone girevoli, quindi 'saltellava' intorno ai clienti su queste sue gambe di legno.
Giorgio: cieco totale; Pepè non aveva saputo se lo fosse dalla nascita, o successivamente.
Veramente non aveva neanche cercato di saperlo: era cieco, punto e basta.
Vestiva con una certa eleganza, prediligeva le giacche a doppio petto, raramente era senza cravatta, i capelli imbiancati, leggermente ondulati, sempre in ordine.
Gli abiti, a ben guardare, erano un po' sdrusciti, lisi dall'uso, ma portati con una dignità da gran sartoria.
Con lui Pepè aveva passato ore, ad ascoltare la "lettura" dei suoi libri, punteggiati in braille.
Amedeo: viaggiava in carrozzina, non c'erano ancora quelle a trazione elettrica, con la manopola laterale dava la spinta al mezzo, che aveva una catena come le biciclette.
Con Amedeo, Pepè aveva fatto un incidente, per fortuna senza conseguenze.
Pepè aveva un modo un po' strano di correre: anziché farlo come tutti, viso volto in avanti e occhi aperti, lui chiudeva gli occhi e gettava la testa all'indietro, forse per meglio assaporare l'ebrezza della corsa.
Quello stava facendo, un giorno, quando da lontano era spuntato Amedeo sulla dirittura della sua corsa.
Occhi chiusi, viso verso l'alto, non aveva proprio sentito il grido di Amedeo che gli diceva di spostarsi.
Impatto frontale: Pepè da una parte, Amedeo a terra, con la carrozzina sopra di lui.
Agli accorsi in aiuto di entrambi, questo 'invalido' gridava di vedere se il ragazzo si era fatto male, di non pensare a lui...
Risultato dell'impatto: Pepè ginocchia e gomiti sbucciati, Amedeo una mano sanguinante e carrozzina semi sfasciata.
Questa famiglia Invalidi aveva anche una banda musicale: non poteva seguire le processioni o altre manifestazioni per evidenti motivi di mobilità.
Ma una volta sistemata in postazioni fisse dava spettacoli che nulla avevano da invidiare alle bande musicali itineranti.
Giorgio, il cieco, suonava la cornetta, e il suo Silenzio solitario alla fine dei concerti faceva emozionare ben oltre il pezzo stesso.
La grancassa era affidata a un focomelico: una specie di manina gli spuntava all'altezza di un gomito, mentre l'altro braccio era quasi tronco verso metà avambraccio.
Questi due moncherini venivano fasciati da due larghe cinghie di cuoio, cui erano collegati gli attrezzi per battere la cassa.
E tromboni, trombe, tamburelli, flauti, piatti, triangolo... una banda al completo.
Questa "famiglia" suscitava emozioni, mai sguardi di pietà o commiserazione.
Tutt'al più, nei cosiddetti normali, un senso di inadeguatezza, di capacità limitata da un corpo completo.

giovedì 12 agosto 2010

Scuola di canto

In precedenza, Pepè aveva accennato alle difficoltà incontrate a scuola con la matematica e il disegno.
Col tempo le aveva superate, senza peraltro innamorarsene.
Con il progredire dell'anno scolastico era venuta fuori un'altra materia: il canto.
Questo corso era seguito dal prefetto in persona; c'era un piccolo pianoforte, lui suonava e i ragazzi cantavano.
All'inizio c'era la scala musicale e i solfeggi seguendo questa.
Per tutti, questa scala era in salita e in discesa, a seconda delle indicazioni del solfeggio.
Per Pepè era una scala assolutamente priva di salite o discese.
Era una scala appoggiata in lungo sul pavimento, da percorrere senza bassi o acuti; unico ostacolo potevano essere i pioli, ma con un po' di attenzione ci si poteva camminare senza inciampi.
Insomma, negazione assoluta al canto.
Il prefetto le aveva tentate tutte: lo faceva provare da solo, con ragazzi più intonati, con il coro al completo.
Non c'era stato niente da fare.
La scala l'aveva imparata, e tutt'ora la ricorda bene: do re mi fa sol la si do - do si la sol fa mi re do.
Ma che fosse richiesto un 'la' oppure un 'mi', o qualunque altra nota, con le diverse tonalità, per lui erano note piatte, tutte uguali.
Dopo infiniti tentativi, il prefetto si era rassegnato, e aveva rinunciato a un membro del coro.
Poiché comunque faceva parte del gruppo, non potendo allontanarlo, aveva risolto il problema della sua presenza con il divieto assoluto di emettere suoni, né musicali né parlati.
La sua fiducia in Pepè era tale che, sia nelle prove che nei cori ufficiali, se lo teneva al suo fianco, a portata d'occhi, in modo da bloccare sul nascere eventali fuoriuscite di suoni dalla sua bocca.
Una guardataccia stroncava ogni incidentale tentativo di interferenza nella coralità dei compagni.
Poteva, doveva, muovere le labbra, accompagnando le parole dei canti.
In pratica era il solista silente del gruppo.
In testa c'era lo studio degli inni sacri, e già questi erano un'infinità.
Poi c'erano le canzoni profane.
Il Va pensiero, La canzone del Piave, Inno a Roma, canzonette alpine e locali, nonché quelle patriottiche in voga all'epoca.
E, ovviamente, l'inno nazionale di Mameli.
Pur tacendo le aveva imparate tutte; secondo il suo punto di vista, anzi di udito, in maniera splendida.
Col passare degli anni, di molti anni, gli era rimasto il complesso di questo suo essere 'fuori tono': per cantare a pieni polmoni si dovevano, e si devono, verificare alcune situazioni favorevoli, in cui le stonature sono sopportate, e in alcuni personalissimi casi addirittura ignorate.
In cene private, in casa di amici, il dopo cena, dopo più o meno abbondanti libagioni, quando tutto va bene.
E viaggiando, da solo, in macchina. E' il posto preferito per sfogare la passione musicale repressa da ragazzo.
Alla scuola, qualche spiritoso aveva suggerito gargarismi di lisciass e segatura per tentare di arrotondare un po' la vocalità.
Un po' perché la liscivia gli faceva schifo, un po' perché proprio tonto non era, non aveva preso in considerazione questo esperimento.
Stonato era, e tale è rimasto.
Ma chi volesse leggere il labiale di tutte le canzoni, si accorgerebbe che la musicalità silenziosa è perfetta.

mercoledì 11 agosto 2010

La famiglia

La cittadella era divisa in settori, detti famiglie.
Quella di Pepè era la famiglia dei Giuseppini.
Ma i ragazzi erano più noti come 'fratini'.
Come 'piccoli frati'.
Forse con la speranza che, alla fine della scuola, qualcuno si affezionasse, o ricevesse la vocazione, per restare al servizio di altri poveretti come loro.
A conoscenza di Pepè, nel lungo periodo di permanenza e anche dopo, uno solo aveva raccolto l'invito e, raggiunta l'età, aveva indossato la tonaca di 'fratello'.
Protettore di questa famiglia era san Giuseppe.
Il percorso scolastico prevedeva dalla terza elementare alla quinta.
Quasi adiacente c'era la famiglia dei luigini.
Ovviamente protettore san Luigi.
Comprendeva l'ultimo periodo della scuola materna e la prima e seconda elementare.
Con l'inizio ufficiale dell'anno scolastico, era iniziata la cadenza di un modulo di vita che si sarebbe ripetuta, uguale, negli anni successivi.
Sveglia al mattino, per alcuni molto presto, e più avanti racconterà il perché, messa, colazione (di cui ha già accennato), breve ricreazione, scuola.
Il pomeriggio aveva inizio con il pranzo, poi ricreazione nel cortile (d'inverno o con il tempo brutto nel ricreatorio); seguiva il rientro in aula, l'interruzione per la cena, ancora ricreazione fino all'ora di andare a letto.
Nel palazzo non esisteva l'acqua calda.
L'inverno, piuttosto gelido, spingeva a lavarsi soltanto gli occhi, bagnando velocemente i polpastrelli degli indici e limitando la pulizia alle impurità notturne delle palpebre.
Il riscaldamento, in tutti i locali, era dato da enormi termosifoni, alimentati da una grande caldaia a carbone, situata in un locale apposito, nello stesso piano del refettorio, nella parte sotterranea.
Un addetto esterno, quando ancora era notte, faceva il giro delle caldaie da accendere o da ravvivare, in modo da dare calore ai termosifoni prima della levata dei ragazzi.
La mancanza di acqua calda per lavare le stoviglie, era sopperita con l'invio di due ragazzi, quelli più robusti, che con un mastello si recavano, mezzogiorno e sera, a prelevarla da un grosso rubinetto, che la erogava giorno e notte, collegato a una lavanderia in continua attività.
A periodi non prestabiliti, la stessa operazione di trasporto dell'acqua era necessaria quando si dovevano lavare i piedi: c'erano lunghe vaschette di legno con l'interno in lamiera, affiancate da basse panchine, sempre in legno, con cinque o sei ragazzi per parte che tuffavano i piedi, tutti insieme, in queste bagnarole.
Naturalmente le spruzzate vicendevoli facevano parte del rito del lavaggio.
Interrotte dagli assistenti quando superavano i limiti di un gioco, o quando scoppiavano le liti per l'esagerazione di questo.
Il momento più temuto dopo il lavaggio dei piedi era il taglio delle unghie.
Questa operazione era affidata alle suore.
Che, vuoi per l'età vuoi per lenti inadeguate, ogni volta riuscivano a tagliare, con le unghie, anche la pelle circostante.
Sangue, alcol (c'era solo quel disinfettante), un cerotto...
E addio pallone per qualche giorno.
Come vestiario, la dotazione era molto semplice.
Ai piedi un paio di zoccoli di legno, con la tomaia a coprire il collo del piede e le caviglie; chiusa da legacci passanti negli occhielli.
Mutande, un po' alla buona, pantaloncini corti, una camicia.
D'inverno un maglione da mettere sopra la camicia.
Niente canottiere o magliette 'di sotto'.
Ogni tanto c'era il cambio della biancheria 'intima' e della camicia.
Più raramente quello del cambio del pantalone, a meno di strappi o sporcizia (terra, fango, erba o altro) evidenti.